Il Guerriero e la responsabilità personale nella ricerca

Incontro molte resistenze a far capire che una psicoterapia o altri percorsi personali, pur essendo efficaci, non si sostituiscono all’impegno personale.

Il terapeuta o l’insegnante non può assumersi la completa responsabilità della trasformazione di chi si rivolge a lui. Invece le aspettative dei cosiddetti pazienti o allievi o clienti sono altissime e vogliono (talvolta pretendono) che egli li “cambi” e li faccia “star bene”. Naturalmente il terapeuta si assume la responsabilità completa per quanto riguarda le sue competenze e la sua preparazione, ma non può sostituirsi al suo cliente.

Questo avviene anche in coloro che decidono di fare un percorso “spirituale”. Si illudono che le tecniche di meditazione e di consapevolezza agiscano automaticamente, come un’aspirina o un valium. Di fatto l’impegno personale, portato nella vita di tutti i giorni, l’intento di confrontarsi nelle storie quotidiane, nelle relazioni, nelle azioni, è fondamentale.

Ogni guerriero sa questo e lo tiene sempre presente in se stesso, sia quando è nella sua funzione di insegnante, sia quando è nella sua funzione di allievo.

Noi viviamo in una società che in maniera spudorata si spaccia per dispensatrice di benessere. Questa società fa passare come oggetti che donano felicità detersivi, crociere e automobili alla stessa stregua di corsi di meditazione, ritiri spirituali e tecniche di autocoscienza.

Conosco molte persone che passano la loro vita a correre da un corso a un altro, spesso corsi tematici che vengono reclamizzati come risolutivi. Quando me lo raccontano, mi dicono così: “Sai, ho molta rabbia; ho prenotato il ‘corso tal dei tali’ perché lavora sul tema della rabbia e quindi la butterò fuori“. E successivamente: “Ho ancora una parte giudicante e quindi andrò al corso ‘Tizio e sempropnio’ perché devo ‘ridurre’ il mio giudice interiore”. E così via…

Il mio non è un giudizio di merito sui corsi e sui laboratori (ce ne sono alcuni di ottima qualità), ma sul modo in cui vengono adoperati e talvolta proposti. È come dire: Ho mal di testa e prendo un cachet, ho mal di pancia e prendo un digestivo, sono stitico e prendo un lassativo!

Tutto questo viene fatto senza un filo conduttore e un progetto chiaro, secondo la logica del consumo e della deresponsabilizzazione. Spesso con queste persone mi scontro con i mulini a vento. Si arrabbiano, si offendono, non capiscono che sono entrati in un circuito che li imprigiona invece di liberarli.

Ogni corso, ogni lavoro di gruppo, ogni terapia, deve essere condotta, lasciando invece spazio alla responsabilità personale, indicando una linea di percorso, sostenendo, ma rafforzando soprattutto la discriminazione di ogni individuo, la sua libertà, la sua autonomia.

Roberto Maria Sassone

 

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