Due puntate fa dicevo che Dio, ogni tanto, sembra «contrarsi» e lasciare spazio libero all’uomo. Nell’Angelo di questi giorni la «contrazione» è completa: Yabamiyah non richiede nulla di nulla e – come dicono gli antichi Codici (*) – dà tutto. «Che pacchia!» direte magari voi. Ma provate a domandare a qualche vostro conoscente nato dal 6 al 10 marzo. Se conosce già abbastanza se stesso, vi risponderà che non è affatto piacevole essere uno «il cui sguardo (Y) penetra (B) e abbraccia (M) tutto quanto»: tutto, i pregi e i difetti di chiunque, il senso, i limiti, l’importanza (sempre relativa!) di qualunque cosa. Vede tutto, comprende tutto, e appunto perciò nulla gli interessa davvero. Guarda gli altri che desiderano, sperano, si illudono, lottano; e può facilmente aiutarli, se è di buon cuore – ma sa per certo che non gli è dato di provare le emozioni che essi provano, così come noi non riusciremmo più a ritrovare quel terrore d’una nota sul diario o quella gioia d’una lode, che avevamo conosciuto alle elementari.
I re e i principi delle fiabe dovevano sentirsi un po’ così, quando guardavano – sbadigliando – dalle finestre del loro palazzo, verso i loro sudditi indaffarati. E immagino si sentano così gli Angeli e Dio, quando dal cielo guardano noi che ci arrabattiamo tra desideri, speranze, illusioni. Temo che non si divertano nemmeno più, a guardarci, dopo tanti millenni. C’è da meravigliarsi se la loro simpatia va tanto palesemente ai «protetti» di Yabamiah, che quaggiù li possono capire meglio di chiunque altro? Nel ritratto, spiego anche che questo è l’Angelo della critica, grazie appunto alla facilità con cui riesce a scorgere quel che alla maggioranza dell’altra gente sfugge. E i cieli sono certamente il luogo della CRITICA DELL’UNIVERSO: ci avete mai riflettuto? Lassù c’è il nostro pubblico di intenditori, accomodati tutt’intorno al Regista. Noi, qui, andiamo in scena – sul palcoscenico che lo tsimtsum ci ha lasciato sgombro – e recitiamo la nostra parte, in attesa sempre di applausi o di fischi. Recitare in inglese e in francese si dice play e jouer, «giocare» cioè. Quindi, nell’universo, chi si diverte di più, secondo voi?
(*) In italiano si può consultare quello accuratissimo pubblicato da HAZIEL, ne Il grande libro delle invocazioni e delle esortazioni, Mondadori, Milano 2oo6.
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